Lo sfruttamento dello scisto bituminoso potrebbe rallentare la corsa al petrolio, con conseguente cambiamento del ruolo economico dell’Arabia. Il settore oil, comunque, rimane una delle priorità tra gli investimenti del regno.
Il regno dell’Arabia Saudita ha manifestato una certa preoccupazione dinnanzi alla diffusione di fonti energetiche alternative al petrolio, che rischiano di farle perdere il ruolo di leader energetico mondiale. Oggi, infatti, dei 300 miliardi di barili di petrolio pesante mondiali, 265 miliardi sono dell’Arabia Saudita.
Tra le fonti petrolifere non convenzionali, lo scisto bituminoso è quello che i produttori sauditi temono maggiormente: il sedimento, ricco di bitume, è stato classificato tra le riserve petrolifere solo nel 2002 e dal 2003, con l’aumento del prezzo del greggio, ha iniziato ad essere sfruttato. Lo scisto ha il grande vantaggio di trovarsi in tutto il mondo e da esso si può ricavare un gas naturale non inquinante. Restano, però, le criticità legate ai costi elevati e ai rischi ambientali di estrazione. Leader di produzione dello scisto sono attualmente Stati Unti e Canada, con 6,6 milioni di barili l’anno, mentre i Paesi dell’Opec arriveranno solo nel 2015 a 3,4 milioni di barili e nel 2035 a 8,4 milioni. Ciò mette in allarme le nazioni arabe, Arabia Saudita in primis, per la possibile indipendenza dei Paesi occidentali dal loro petrolio.
Nonostante ciò, il regno saudita continua a investire massicciamente nel settore petrolifero. Recentemente, la Satorp, compagnia locale, ha lanciato un’offerta pubblica di certificati sukuk al fine di finanziare e sostenere un grande progetto: la costruzione di una raffineria e di un complesso petrolchimico nella Jubaul Industrila City, il primo progetto obbligazionario conforme alla Shariah.
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